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spinello 1Un racconto inedito

di Teresa Debenedettis, 18 anni, Roma

Il rumore tanto familiare dello schiocco dell’accendino, quel crepitio strano della cartina bruciata, la piccola fiamma che divampa e si spegne, morente, nella prima boccata, nel primo tiro che sembra infinito, ti riempie i polmoni, ti fa girare subito la testa. Francesca non sa bene il perché, ma quelle pratiche ormai le conosce bene, guarda la sua amica fumare, aspetta che arrivi il suo turno, che anche lei possa sentire la testa che gira, i pensieri annebbiarsi, la mente farsi confusa, che tutto si sciolga in una risata.

Che sia una risata artificiale lo sa bene; eppure ormai è troppo che c’è dentro, ormai lo sente come un bisogno, una fuga necessaria, un caldo e consolante rifugio. Fuga da cosa? Meglio non farsi troppe domande, meglio anestetizzare la ferita del cuore, lasciarsi andare al fumo e alle risate, alle amicizie passeggere e spesso vuote. “Tieni, tocca a te”. Una spirale di risate, gli occhi rossi, i pensieri che faticano a sciogliersi, a trovare una strada logica, sciocchezze e solo sciocchezze, tante risate, poi dopo solo stanchezza, gambe pesanti, occhi gonfi. La cosa che le piace di meno è tornare a casa. Aprire piano la porta, guardare in basso per non far vedere il rossore innaturale degli occhi, per non intercettare lo sguardo di sua madre, lo sguardo di suo fratello, le loro domande. “Ciao! Dove sei stata?”. Stranamente quel giorno sua madre è allegra? Le regala un sorriso, ma Francesca è stanca, ha solo voglia di dormire e una fame innaturale. “Da nessuna parte”. Sgarbatamente si chiude in camera sua, butta la borsa in un angolo, si stende sul letto. Chiudere gli occhi in quei momenti le è sempre fatale: tutto gira, tutto è sonno, tutto è fame. Si sente ridotta a questi due bisogni elementari: cosa le può interessare che sua madre quel giorno è allegra, il suono della chitarra di suo fratello le da solo fastidio, il pensiero della scuola il giorno dopo è solo opprimente. Quella domanda spuntata fuori lì al parco, mentre fumava con i soliti tre amici, “fuga da cosa?”, le sembra lontana, fastidiosa, inutile. Chiude gli occhi e cerca di non pensare al momento penoso in cui dovrà cenare a tavola con sua madre e suo fratello, al silenzio che si dovrà imporre per non rischiare di dire qualche sciocchezza, per non far venire dubbi alla madre. Tiene gli occhi chiusi come per non vedere, per ignorare il disordine della sua piccola camera, per non rendersi conto di quanto trascura tutto, di quanto trascura prima di tutto se stessa. Le domande che aveva da piccola, l’abbandono di suo padre, la voglia di essere felici, è svanito tutto nell’abbraccio forte di un’amica, “non pensarci, poi è peggio, non pensarci, non farti queste domande”, è svanito tutto nel fumo di quasi ogni pomeriggio, ogni pomeriggio che sembra una corsa contro se stessi, una lenta corsa fuori da sé, una fuga da qualcosa. Fuga da cosa? Francesca scaccia quei pensieri velenosi. Ripete ogni volta, nel momento difficile del ritorno a casa, come una preghiera: non pensarci, non pensarci.

“Anche tu sei l’amore.\ Sei di sangue e di terra \ come gli altri. Cammini \ come chi non si stacca \ dalla   porta di casa. \ Guardi come chi attende \ e non vede. Sei terra \ che dolora e che tace. \ Hai sussulti e stanchezze, \ hai parole – cammini \ in attesa. L’amore \ è il tuo sangue – non altro.”1 
 
Silvia, la sua compagna di banco e di fumo, sbuffa, insofferente. “Questo qui ha rotto, non fa altro che leggere poesie e fare pause teatrali. Siamo in una scuola, non vediamo l’ora di uscire e questo sfigato che ancora fa il sognatore. Che imbecille” commenta poi, velenosa. Francesca fissa il vuoto, le parole del professore e i commenti dell’amica le scivolano addosso senza scalfirla. È intoccabile, niente può smuovere quella stasi che ormai si è istaurata nel suo animo. Forse solo il fumo, che le regala quelle scarne e ridicole risate senza le quali neanche si accorgerebbe di essere viva.
“Cesare Pavese, è stato un uomo molto forte, pieno di sofferenza, come traspare in tutte le sue poesie. Un uomo solo, abbandonato, che però intravede un punto di svolta nella vita, un punto di rinascita che non riesce a seguire. Infatti, Cesare Pavese si suiciderà la notte del 6 Agosto 1950 nella sua camera d’albergo a Torino”. Le chiacchiere del professore non le fanno né caldo né freddo. Soprattutto perché Francesca non vuole dargli soddisfazioni: si è accorta che quel giovane insegnante l’ha come presa di mira, la guarda sempre mentre spiega e spesso la chiama in causa con mille domande. Francesca non accoglie la sfida. A diciotto anni sente già la stanchezza ed il peso della vita, sente già lo scoramento di chi ha smesso di provarci. Se ha smesso di rispondere alle provocazioni di sua madre, figurati se risponderà a quelle di un professore! Aspetta solo il pomeriggio. Per evadere, fuggire. Fuggire da cosa? Non pensarci.
 
“Ciao” l’unico saluto che le interessa è del ragazzo che vende loro il fumo. Silvia gli fa un sorrisone. È ricreazione, sono rigorosamente nascosti dietro a una delle grandi colonne che costituiscono il portico della scuola, il ritrovo delle undici e un quarto. Andrea le guarda, lui ha vent’anni e ancora va a scuola, si stufa subito di tutto e Francesca pensa che la sua vita sta cominciando a somigliare in modo preoccupante a quella di quel ragazzo. Prima di conoscerlo, guardandolo da lontano, aveva sempre provato un po’ di pena per lui. Lo sguardo stanco, i capelli sempre più radi e mangiati dal fumo, le occhiaie che gli scavano un viso da adulto nel corpo di un giovane ragazzo. “Volete fumare?” chiede loro, distogliendo lo sguardo. Silvia fa sempre la civetta con lui; nonostante l’aspetto trasandato infatti, quel ragazzo sa essere molto affascinante. “Poi è sempre meglio farselo amico, non si sa mai, magari ci fa qualche sconto” dice sempre Silvia. Andrea invece non da mai confidenza, si comporta sempre da estraneo, l’unico sguardo in più lo riserva sempre a Francesca. Andrea non capisce perché una come lei sia finita a chiedere da fumare a ricreazione. Gli sembrava una ragazza sveglia, una ragazza viva, quando la guardava un po’ di anni prima passare per il cortile, le sembrava troppo bella perché potesse avere qualsiasi cosa a che fare con lui. Invece nel giro di qualche mese se l’era ritrovata lì, dietro alle colonne con un paio di amiche, a chiedere da fumare.
“Allora, quanto ti dobbiamo?” chiede Silvia, guardando l’orologio. La ricreazione dura un quarto d’ora, devono sbrigarsi. Anche Francesca ha fretta. Andrea consegna quello che deve, prende veloce i soldi, poi fa per andarsene. “Non fumi con noi?” gli chiede incuriosita Francesca. Lui si volta, la guarda sorridendo un po’ triste. “No, non fumo. Mi sa che voglio smettere”. Silvia scoppia a ridere. “Si certo, dicono tutti così”. Francesca non ci crede neanche lei. Le sembra assurdo. Andrea è sempre stato famoso per essere uno che ha passato quasi sette anni di liceo a fumare e a spacciare. Un sacco di persone a scuola dicono di aver cominciato a fumare con lui. Ha sempre sostenuto la causa del benessere delle droghe leggere, e si è sempre vantato di essere un fumatore accanito. Francesca distoglie lo sguardo e i pensieri da lui. Finalmente fumare, finalmente l’unico rimedio alla noia, alla stanchezza, e se Andrea vuole smettere non le interessa, non vuole pensarci, lei non smetterà, è l’unica cosa che riesce ancora a divertirla, a farla sentire viva.
 
Andrea prende il suo motorino sgangherato e torna a casa pieno di pensieri. Vive praticamente da solo, la madre è andata via di casa quando era piccolo e il padre adesso è in carcere. Non ha mai avuto l’affetto e la cura che tutti i bambini hanno avuto, e questa mancanza si riflette sul suo viso distrutto. Andrea si guarda allo specchio e ha solo voglia di cambiare quella faccia così cattiva. Sul suo comodino ha tolto le cartine, le sigarette a metà, un taglierino e mille bustine, non è rimasto che un libro. Un libro e un incontro che gli hanno fatto venire voglia di cambiare la sua faccia.
 
“ Il desiderio mi brucia \ il desiderio di cose belle \ che ho visto e non vissute. \ Il desiderio mi brucia \ ed impera ardente e solo \ nel mio cuore e nel mio cervello. \ Desidero tante cose \ che ho viste in trasparenza \ di musica fiori e profumi. \ Di luci e brusii strani \ che avvicinano l’anima alla poesia. “2 
 
Rilegge sempre quelle parole, ogni volta che torna a casa, e scopre che lo calmano più del fumo, lo agitano più del fumo. È stato quel professore strano, quel giovane professore che avrà si e no cinque anni più di lui, a regalargli quel libro, le poesie di Pavese. Andrea gli aveva quasi riso in faccia. Poi ci aveva pensato. Non era mai successo che qualcuno – un professore, poi – prediligesse lui. Non gli era mai successo di ricevere attenzioni da qualche adulto. Tornando a casa quel giorno, col libro in mano, si era incuriosito. Chissà perché proprio lui. Lui così svogliato a scuola, lui che era quasi sempre fatto durante le lezioni, lui che si metteva all’ultimo banco a ridere col suo amico, lui che sfotteva, che non prendeva sul serio quasi niente, di sicuro non la scuola. A casa aveva aperto il libro. Il professore aveva scritto una frase sulla prima pagina, come una dedica “Ad Andrea, perché ho intravisto in te lo stesso grande cuore di Pavese, ma non ho assolutamente voglia che tu faccia la stessa fine”. Gli era sembrato quasi un insulto. Chi si credeva di essere quel professore? Cosa pensava di sapere? Si era anche grattato, quel presagio non gli era piaciuto affatto. Per un po’ di giorni lo aveva lasciato lì, sul comodino, e a scuola aveva evitato con cura le domande del professore. Poi una sera, dopo aver fumato, lo aveva aperto, per ridere. Aveva la testa che girava, era sicuro che non sarebbe neanche riuscito a leggere le righe giuste, eppure aveva aperto una pagina a caso, e quella poesia lo aveva folgorato. “Ad Andrea, perché ho intravisto in te lo stesso grande cuore di Pavese”… Aveva pianto, da solo, come un bambino. Quale grande cuore? Lo aveva scoperto leggendo quelle righe, che anche il suo cuore c’era, che anche il suo cuore desiderava cose belle. Che cosa in particolare non lo sapeva. Solo cose belle, infinite cose belle. Adesso Andrea vorrebbe smettere la sua vita di prima. Vorrebbe cominciare a cercare le cose belle: è sicuro che non arrivano da sé, che niente arriva a caso. Non sa da dove cominciare. Smettere di fumare lo preoccupa e lo agita: è da quando aveva tredici anni che fuma, si sentirebbe troppo perso. Però può cominciare smettendo di vendere, smettendo di fare propaganda all’erba. Perché fumare ha qualcosa di sbagliato? Andrea ha passato la sua vita a fumare, non pensa che ci sia qualcosa di sbagliato. Ma sente come l’intuizione che fumare non appartenga alla categoria di cose belle che intende Pavese. Ha sempre fumato con gli amici, all’inizio per farsi accettare, poi è diventata una mania. Una cosa di cui non poteva fare a meno, perché ti fa uscire di testa, ti fa sentire invincibile, simpatico, tranquillo, calmo, senza nessun problema, senza nessuna domanda. Una cosa che ti svuota da tutto. Ma Andrea adesso vuole essere pieno di tutto.
 
“Ei oggi devi passare da Andrea, dobbiamo prendere la roba per sabato sera”. La chiamata di Silvia è così poco discreta che Francesca si agita, bisogna usare parole in codice, stare attenti a quello che si dice. “Devo andare a casa sua?” dice poi, curiosa. “Non ci incontriamo al solito parchetto?” Silvia è scocciata, Francesca sente la madre che la chiama con insistenza. “Senti non lo so, ti do il suo numero su whatsapp e ci parli tu, mi raccomando pensaci tu e non fare la stupida come al solito, portati venti euro, poi dopo te ne ridò dieci”. Francesca attacca la telefonata, aspetta il messaggio di whatsapp. È impaziente, domani sera le aspetta una serata pazzesca, tipo rave party, a casa di amici, con la musica giusta, il fumo giusto, non vede l’ora. Mentre aspetta si ricorda della sera prima, ha sentito sua madre parlare di lei al telefono con un’amica, e piangere. “Non la riconosco più, non mi parla, esce tutti i pomeriggi e a sentire lei va a studiare dalle amiche, ma i suoi voti a scuola sono peggiorati, e quando cerco di chiederle qualcosa svia sempre il discorso, mi zittisce”. Francesca aveva pensato che era vero, ma che non poteva farci niente. Sarebbe successo un macello se la mamma avesse scoperto che si faceva regolarmente le canne, e non poteva permettersi di chiacchierare con lei quando tornava dal parco, ancora fatta. Aveva pensato a suo padre. Se ci fosse stato lui, di sicuro non avrebbe avuto tutta quella libertà che ora si stava prendendo. Suo padre le avrebbe urlato, l’avrebbe sgridata, suo padre non era fragile come sua madre, l’avrebbe attaccata al muro e costretta a parlare, a sfogarsi, a liberarsi di tutto. Ma suo padre non c’era, suo padre se n’era andato con una giovane donna russa, e li aveva lasciati da soli, lei, la mamma e il fratellino. Già prima dell’abbandono di suo padre fumava qualche volta con Silvia; ma dopo aveva cominciato ad averne bisogno. Non pensarci, fregatene, non hai bisogno di lui, non vi merita, non pensarci. Suo padre era la persona che amava di più. Ora era diventato quello che odiava di più. E l’unica cosa bella restavano quei pomeriggi, in cui scordava la notte in cui si era attaccata ai pantaloni del padre: “Non te ne andare, resta con me, non te ne andare”. Con uno strattone, forse per la rabbia, l’aveva sbattuta lì, aveva aperto la porta e se n’era andato senza voltarsi indietro. Lo odiava. E uccideva l’odio, le domande, il dolore nel fumo, che svuotava tutto, che si prendeva tutto, che le lasciava la mente libera di respirare, fuori dal mondo, fuori dalla realtà che voleva solo fuggire. Fuggire da cosa? Non pensarci.
La vibrazione del telefonino la risveglia da quei pensieri. Silvia le ha mandato il numero di Andrea. Lo salva nella rubrica e lo chiama subito. “Pronto?” la voce di Andrea sembra diversa. Francesca non ci fa caso, non gliene frega niente. “Ciao Andrea, sono Francesca. Dovremmo metterci d’accordo per oggi pomeriggio”. Andrea non risponde, fa un pausa. Non si spiega il perché sia così contento che Francesca l’abbia chiamato, anche se sa che la loro amicizia è fatta solo di convenienza. “Si, ho parlato con Silvia su whatsapp, dovreste venire a casa mia”. Francesca non capisce. “Perché a casa tua? Non ci possiamo vedere al solito parchetto?” “L’altra volta le guardie hanno beccato Giacomo, non mi va di rischiare, venite da me che tanto è sicuro”. “Va bene. Vengo solo io perché Silvia non può, mi porto venti euro”. Andrea sorride, lei non può vederlo. Sentendola parlare gli vengono in mente quelle “cose belle” di cui parlava Pavese. “Comunque sarà una delle ultime volte, questa. Il tempo di finire quello che ho da parte, poi dopo smetterò di vendere” ci tiene a precisare. Francesca si lascia scappare una risata genuina. “Ma che bravo, torni sulla retta via!”. “Ci sono sempre stato” commenta sarcastico Andrea. Francesca si fa spiegare come si arriva a casa sua, poi comincia a prepararsi per uscire. La madre fa capolino in camera sua: “Dove vai?” le dice, guardandola prepararsi. “Vado a trovare un amico. Ah, stasera esco. Probabilmente dormo fuori” risponde lei. “Da chi?” chiede la mamma. “Da Silvia”. La mamma sembra sul punto di aggiungere qualcosa, ma poi ci rinuncia ed esce. Sente forte il muro che le ha eretto contro la figlia, per proteggersi, per non pensarci. Francesca mentre esce di casa pensa che quello è stato forse uno dei dialoghi più lunghi con la madre di quell’ultimo anno.
 
Citofona timorosa, non è mai entrata in casa di Andrea, lui poi non è precisamente un suo amico, lo conosce come spacciatore, negli ultimi tempi un po’ strano. Lunghi minuti di attesa. Francesca comincia a scocciarsi. Vorrebbe una cosa rapida, prendere, pagare e andarsene, e invece neanche le apre il portone. Finalmente uno scatto e la porta si apre, sale le scale e trova al secondo piano Andrea con un asciugamano intorno alla vita, i capelli pieni di sapone. Senza volerlo scoppia a ridere, le sembra così buffo. Andrea sorride imbarazzato, “Scusa è che non ci eravamo dati un orario e pensavo arrivassi più tardi, dammi il tempo di lavarmi e asciugarmi e sono subito da te. Intanto accomodati,” dice, invitandola ad entrare in quel piccolo appartamento. La fa sedere sul divano, poi corre in bagno, maledicendosi. Se davvero Francesca poteva essere la prima delle infinite cose belle che desidera, ha proprio cominciato col piede sbagliato, pensa Andrea, chiudendo la porta del bagno. Francesca è seduta sul divano, si guarda intorno curiosa. Quella casa è piccola e poco luminosa, evidentemente trascurata, ma neanche eccessivamente, considerando che ci vive da solo un ragazzo di vent’anni che va ancora a scuola. Il suo sguardo si posa su un quaderno lasciato aperto sul tavolino, proprio davanti al divano. Senza volerlo legge le prime righe: “C’è troppo rumore nella mia testa; non riesco a pensare”. Si incuriosisce, quella le sembra la scrittura di Andrea. Sa che non dovrebbe, ma la curiosità la divora. Sente l’acqua della doccia scorrere. Prende il quaderno in mano e comincia a leggere.
 
“C’è troppo rumore nella mia testa; non riesco a pensare. C’è troppo rumore nel mio cuore, troppe voci nel mio stomaco, non so dove andare. Dov’è la mia strada? Dove sei, Dio? Dove mi porti? Ho così tanta paura. Ho così tanta angoscia. Ho così tanta voglia di vivere che mi esce dagli occhi, dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dal cuore! E’ questo il problema. Ho troppa voglia di vivere, e niente mi basta, tutto mi sembra tempo perso. Dove sei, Vita? Io ti amo, ma ti nascondi dietro l’abitudine, dietro l’asfissiante routine, dietro ai “doveri inderogabili” che impone il mondo. Ma tu dove sei? Voglio sentirmi vivo come una Harley Davidson sulla Route 66, come un paracadutista, come Jimi Hendrix a Woodstock; invece sono prigioniero della mia pigrizia, dei miei libri di scuola, che leggo e vedo il vuoto della noia e della tristezza di sentirmi un vecchio a vent’anni, un vecchio che vuole conquistare il mondo, vuole conquistare la Vita, vuole scoprire Dio e l’Amore; ma che se ne sta seduto sul divano limitandosi a ideali e utopie, succhiando agli altri il mondo, la Vita, Dio, l’Amore, vivendo come uno spettatore. Dove sei, Dio? Tirami fuori da me stesso, liberami da me stesso. Io so che ci sei; però fatti vedere, fatti conquistare. Voglio viaggiare, scoprirTi nei posti esotici e profumati di vita, perdermi nei vicoli stretti di megalopoli sconosciute e restare fino all’alba fissando con gli occhi il sole che sprofonda in un mare scintillante e mai visto, seduto su una panchina vicino ad uno straniero che fuma narghilè. Voglio scoprirTi nelle note delle canzoni che canta il vento, voglio avere l’orecchio adatto ad ascoltarle; poi voglio essere tanto felice da traboccare, tanto felice  da soffrirne, tanto strapieno di felicità da regalarla al mondo ed essere ancora più colmo. Voglio piangere di gioia e stare su un prato di margherite con la ragazza che amo e che vorrei sposare. Voglio conoscerTi, viverTi, parlarTi, Dio. Dove sei? Sei nelle chiese, nelle sinagoghe, nelle moschee? Sei solo in cielo o sei qua, sulla terra? Potrò mai toccarti, Dio? Sei la Vita, l’Amore, il mondo, condensato in una parola infinita, in una parola che è esplosivo, dinamite, tritolo; pensarTi in tutta la tua infinita pienezza, in tutta la tua inconcepibile perfezione fa male al cervello. Un amico mi ha detto che Dio è in tutti gli uomini; che un pezzo di Dio è in tutti gli uomini. Che il valore di un uomo è Dio. Che Dio nel cristianesimo si è fatto uomo, nell’ebraismo ha salvato il popolo e stretto alleanza eterna con lui, nell’islam ha mandato un profeta e l’ha istruito e ha voluto bene al popolo eletto; Che Dio è gli uomini. Quando piangi perché hai così tanta voglia di vivere che ti spacca il cuore, ecco, quando piangi lì c’è Dio, mi ha detto il mio amico. Dio è la tua voglia di vivere e il tuo dolore per il limite che sei. Dio è la tua passione per le stelle, la musica, il teatro, il cinema, la fotografia, la storia, la letteratura. Dio è l’amore per quella ragazza e la tristezza di non essere ricambiato; Dio è tua madre e tuo padre che non ti guardano nemmeno però quando succede che si voltano un attimo e ti considerano per quello che sei e non per quello che si aspettano che tu sia e ti amano in uno sguardo, allora là esplode Dio, esplode l’Amore, la Vita, il mondo. Dio è il Pincio al tramonto e la terrazza di Frascati a Capodanno; Dio è il tuo amico che non ti dice “ti voglio bene” però lo vedi che sta lì e ti guarda e ti viene voglia di chiedergli “starai lì e mi guarderai per sempre?”e lui non ti risponderebbe, solo starebbe lì e ti guarderebbe per sempre. Così mi ha detto una volta il mio amico. Aveva ragione? Sei qui, Ti posso trovare. Sei la Vita, e io in fin dei conti sono vivo. Devo studiare filosofia, ma ancora sono vivo. Ho vent’anni e tutta la vita davanti da conquistare. Ti conquisto, Dio! Non sono un vecchio perché non Ti ho ancora mai incontrato: non vedo l’ora. Sono ancora seduto sul divano, ma sto piangendo, Dio, sto piangendo e ora mi alzo, apro quella porta, prendo le sigarette, esco, e vivo.

Francesca sente l’acqua della doccia che ha smesso di scorrere, ma non posa ancora il quaderno, non lo rimette dove lo ha trovato. È come folgorata da quello che ha letto. Ancora più sorpresa dal fatto che lo abbia scritto Andrea. Non riesce a pensare. Per la prima volta, sente una corrispondenza totale con le parole che ha letto. Sente una corrispondenza talmente grande che le verrebbe da piangere. Andrea ha deciso di smettere di non pensarci. Come ha fatto? Conosce la vicenda umana di quel ragazzo, la madre che lo abbandona da piccolo, il padre che viene regolarmente sbattuto in carcere, lui che diventa spacciatore, che viene bocciato due volte, che sembra un ragazzo che se ne frega di tutto, che non pensa a niente, che non ha bisogno di niente. Ma come lei, non gli basta.
Andrea la trova così, ancora folgorata, con il suo quaderno in mano. “Che stai facendo?” la aggredisce, guardando il quaderno. Francesca si risveglia, posa precipitosa il quaderno sul tavolino, si alza in piedi di scatto e rossa in volto dice: “Scusa, scusami, lo so non dovevo permettermi di farlo, ma ho sbirciato le prime righe e mi è venuta la curiosità e.. scusa lo so ho sbagliato” conclude frettolosa. Andrea la guarda, poi dimentica la rabbia che gli era venuta per essersi sentito violato nella sua intimità, e le sorride. “Tranquilla, tanto non era niente di che”. Francesca non riesce a sorridere, ancora è sconvolta. “Invece no, era bellissimo” dice con voce fioca. Andrea la guarda interrogativo. Per qualche minuto sente il silenzio tra loro pesare come un macigno, e vorrebbe solo andare nell’altra stanza, prendere la bustina, chiedere i soldi e mandarla via. Sente gli occhi di Francesca che lo interrogano, lo scrutano. Abbassa i suoi. “Io.. non so come dirlo. Quello che ho letto mi ha.. è proprio la stessa cosa che sento io. Dopo che mio padre se n’è andato – anche prima – è come se ogni giorno che passa cercassi di ricacciare dentro di me quel grido che hai tirato fuori tu in quelle pagine. E di solito quando mi vengono le domande scomode, sai, tu mi puoi capire, quando pensi ai perché, quando ti accorgi che non stai vivendo come vorresti, queste domande qui, di solito ecco, io cerco di non pensarci. Invece adesso, mentre leggevo, mi è venuta voglia di pensarci. Mi è salita la tristezza”. Francesca si è accorta di aver parlato veloce, mangiandosi le parole, teme di non essersi fatta capire, mentre in quel momento le è di così vitale importanza farsi capire da lui! Andrea la guarda, “Mi dispiace di averti fatto salire la tristezza”, dice, ed è sincero. “No, no, non hai capito” dice Francesca, sempre più accorata, “è stato bello, bellissimo, come quando ti accorgi che una cosa è uguale a quella che senti tu, come quando senti una corrispondenza, capisci, senti che anche tu avresti scritto quelle cose nello stesso modo, e.. ecco grazie”, conclude, abbassando gli occhi, le guance rosse. Andrea si sente esplodere di tenerezza. “Desidero tante cose \ che ho viste in trasparenza”...gli torna in mente quel verso. “Non hai niente da ringraziare. Io non ho niente in più di te, solo gli anni, cosa che mi rende anche un po’ peggiore; ma a quanto hai detto stiamo tutti e due nel fango, e a me non va più di starci. Io desidero cose belle”. Francesca ride. Le sembra così infantile, “Io desidero cose belle”, eppure così vero, ma quali sono le cose belle? Ha deciso di smettere di dirsi non pensarci. Andrea la guarda ridere, le piace. Sente un impulso quasi animale di andare lì, baciarla, stare abbracciati sul divano, ma si frena. Sta capendo che Francesca potrebbe essere la prima cosa bella della sua vita, non può buttarla subito via così. Delle cose belle bisogna avere cura. “Ero venuta solo per prendere da fumare, invece torno a casa piena di un sacco di cose in più”, dice Francesca, guardandolo riconoscente. “Perché ho sempre cercato qualcuno con cui aprirmi, con cui parlare in un modo vero, di quello che mi manca, di quello da cui fuggo, di quello che sono e di quello che desidero. E sul serio, non mi sarei mai aspettata di trovare te”. Andrea ride. “Ora stai esagerando con i complimenti, è solo una pagina di quaderno”. “Non è solo una pagina di quaderno. Io da sola non riesco a reggere tutta questa paura, questo dolore, queste domande. Forse in due si può, vuoi mettere?”. Francesca non sa spiegarsi il motivo di quello slancio. Ma sente Andrea così vicino al suo cuore che non vuole perdersi l’occasione. Come dice Orazio, “Carpe diem”, e se non c’è da cogliere l’attimo adesso, quando? Andrea è raggiante. Non se lo sarebbe mai aspettato neanche lui. Forse in due si può, vuoi mettere?
“Bene, allora scopriremo se in due si può”. Francesca fa un passo verso di lui. Sarà anche una ragazza scontrosa, chiusa in se stessa, ma quando c’è da rischiare il cuore, ci mette tutta se stessa. “Posso abbracciarti?” gli chiede. Andrea non se lo fa ripetere due volte, e dall’alto della sua statura robusta, circonda con le braccia quella ragazza, la stringe forte, sente tutto il profumo dei suoi capelli.
 
Francesca ha scoperto che ci si gode mille volte di più la vita domandandosi il perché delle cose, anche se è scomodo, anche se è doloroso. Francesca ha deciso di smettere di non pensarci, e di usare il suo cuore.
Andrea ha scoperto che la sola cosa che gli interessa è circondarsi di cose belle, infinite cose belle, che rendano pieno il suo cuore, grande come quello di Pavese, senza fare la sua stessa fine.
La prima cosa bella Andrea l’ha già incontrata.

_______________________________________________________________________________________________________

(1) C. Pavese, Le poesie, “Anche tu sei l’amore”, Einaudi, Torino 1998
(2) C. Pavese, Le poesie, “Il desiderio mi brucia”, Einaudi, Torino 1998

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Commenti   

0 # Graciela 2017-12-27 05:46
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0 # Mare 2014-01-30 02:01
Stupendo!!! Grazie Teresa per mettere in circolo il Positivo che, pur nella fatica, c'è nella vita... che cerca e tende alla VITA!
Vorrei chiedere un aiuto a voi per capire invece quali possibilità di fare del Bene ha il Blog di Codamozza http://codamozz.blogspot.it/. Grazie! Sono scettica...: quale risultato educativo positivo può avere usare quel metodo espressivo al "contrario"? Nella mia esperienza educativa trovo che gli adolescenti (e non...) crescono con più equilibrio e si indirizzano al Bene, ascoltando esperienze concrete di "Bellezza" come la tua Teresa! mc
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0 # Luis Manuel 2014-01-08 16:39
Semplicemente, bello, bello, belissimo!!! Auguri atutti!
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+2 # Gabriele 2013-12-16 15:00
Esemplare. CONDIVIDETELO!!
Rispondi
+1 # annette 2013-12-16 10:47
forte! GRAZIE!
Rispondi
+5 # Maura 2013-12-12 21:43
Bellissimo racconto!!!
Un grazie speciale a Teresa: mi hai fatto commuovere.
Continua così!
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