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- Come pensi dovrebbe essere il rapporto professore-alunni in classe?

Irene: Credo che dovrebbe esserci rispetto da parte di entrambi, con più comprensione per l’alunno da parte del docente e più fiducia nel professore da parte dell’alunno, così da creare un clima di reciproca intesa e collaborazione ed eliminare i pregiudizi che spesso noi studenti abbiamo nei confronti dei professori.

Prof. Davide: penso che l’elemento più importante sia la fiducia reciproca. Nelle esperienze che ho avuto fino ad oggi, ho toccato con mano che se si crea quel giusto mix di rispetto, ascolto, e cordialità, la didattica riesce molto meglio. La fiducia è lo spazio dell’apprendimento e dell’insegnamento. È in un ambiente didattico improntato alla fiducia che io, come professore, posso incrociare le grandi domande e le grandi sfide che ciascun ragazzo si porta con sé; ed è lo stesso meccanismo che permette agli studenti di vedere il professore come una persona che li può aiutare a crescere.

- Pensi che la tecnologia influenzerà positivamente o negativamente il modo di studiare?

Irene: Dipende dagli strumenti utilizzati. Credo che usare la LIM (lavagna interattiva multimediale) sia molto utile dal punto di vista dell’apprendimento, perché permette di usare elementi multimediali come foto o video durante la lezione, arricchendo, così, la spiegazione di un argomento. Se per tecnologie, però, si intendono i tablet, che in molte scuole sono già presenti al posto dei libri, il mio parere è negativo: solo la carta offre la possibilità di avere una memoria visiva, perché ogni pagina è diversa.

Prof. Davide: In linea generale può essere una grande occasione per la scuola. Allo stesso tempo vedo dei rischi poco valutati, anche dai formatori: innanzi tutto oggi abbiamo una grande difficoltà a gestire la fatica e i tempi lunghi che, tuttavia, sono ingredienti indispensabili alla crescita, al superamento delle difficoltà. In questo senso la tecnologia non aiuta, ci abitua ad avere tutto e subito. In secondo luogo penso che la tecnologia abbia una sorta di tendenza, come diceva il grande filosofo Heidegger, a essere uno strumento che si serve del suo padrone (l’uomo) trasformandolo in “schiavo. Se io come ragazzo non vedo l’ora di tornare a casa per giocare alla play 4, e non per stare in famiglia o parlare con qualcuno, si crea in me un meccanismo perverso. Bisogna dare alla tecnologia il suo ruolo, quello di essere un mezzo per raggiungere obiettivi. Infine occorre insegnare ai ragazzi a cercare informazioni su internet. Quello che troviamo sul web, come una volta la tv, sembra abbia una sorta di autorità indiscutibile, si impone con forza. Dobbiamo allora insegnare a essere critici, a vagliare tutto.

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- Vedi la scuola come un posto dove formare la cultura o più come un luogo dove si insegna un mestiere?

Irene: Credo che la scuola abbia il compito di educare in tutti e due gli ambiti: farci crescere nel sapere e nella cultura per formarci mentalmente, ma anche tirare fuori le nostre capacità e prepararci per il mestiere futuro.

Prof. Davide: La scuola è un momento unico e privilegiato, che non tornerà più, in cui crescere come persona a tutto tondo. Ci sono persone a tua disposizione per consentirti, non semplicemente

di avere un lavoro, ma soprattutto di avere consapevolezza, riconoscere quello che vuoi, non aver timore del futuro, impegnarti per il bene comune.

- Ritieni utile che durante l'anno scolastico si dedichino dei momenti per aiutare lo studente a capire meglio le proprie inclinazioni in vista delle scelte da fare una volta terminata la scuola?

Irene: Assolutamente sì, anche se ritengo che per ora, in questo campo, si potrebbe fare molto di più, almeno per quanto riguarda gli studenti che dalle medie devono passare alle superiori. Gli studenti hanno bisogno di sapere a cosa vanno incontro e devono essere ben informati sulle conseguenze della loro scelta.

Prof. Davide: possono essere buone occasioni, a patto che non si trasformi la scuola in quello che non è: un ufficio di collocamento. La scuola non “serve” per trovare lavoro. Penso che in questi ultimi decenni istituzioni, famiglie, docenti non abbiano chiarito abbastanza questo punto.

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- Quale pensi sia l'età giusta per la fine della scuola dell'obbligo?

Irene: Credo che l’età sancita dalla legge tuttora in vigore sia quella giusta: dopo due anni di scuola superiore hai già quel po’ di esperienza che serve per trovare un modesto impiego e sei comunque maturo e responsabile abbastanza per compiere le scelte giuste per il tuo futuro.

Prof. Davide: 16 anni, come è attualmente in Italia, può andare benissimo. Si può anche alzare a 18, come detto recentemente dal ministro Fedeli, ma non la ritengo una questione dirimente. Penso sia molto più importante riflettere sugli obiettivi della scuola.

- Cosa pensi della possibilità che viene offerta ora ai ragazzi di entrare in contatto con il mondo del lavoro già durante il periodo scolastico?

Irene: È, secondo me, un’ottima idea, perché aiuta i giovani a rendersi conto di cosa potrebbero fare in futuro finiti gli studi e li aiuta a scegliere il loro futuro mestiere con consapevolezza, facendo un’esperienza diretta.

Prof. Davide: può essere, anche in questo caso, una buona occasione, soprattutto nei professionali o negli istituti tecnici. Nel mondo del liceo può essere un esperimento interessante, ma ritengo che non debbano essere dedicate troppe ore. Ripeto, la scuola non è un ufficio di collocamento. Se riteniamo che la tragedia della disoccupazione giovanile sia dovuta alla scuola italiana (un’eccellenza per tanti aspetti in Europa e nel mondo, ovviamente con eccezioni) siamo fuori strada. Non è un caso che la questione del collegamento del mondo del lavoro con quello della scuola sia venuta fuori negli ultimi 20/10 anni. Quando il mondo industriale e lavorativo dava occasioni ai nostri ragazzi, la questione non si poneva. La scuola deve essere un periodo di formazione che mi permette anche di saper trovare lavoro, ma anche di sapermi muovere nel reale, di cercare la mia realizzazione.

- In un mondo che deve affrontare il tema dell'immigrazione, quanto pensi possa portare beneficio all'integrazione e alla conoscenza del diverso la presenza di studenti stranieri nelle classi?

Irene: Gli immigrati spesso vengono accolti nei paesi di arrivo da malcontento e pregiudizi, per questo credo che sia molto utile inserire nelle classi ragazzi stranieri, affinché gli alunni imparino a non provare odio e paura nei confronti del diverso e magari si arricchiscano anche con la conoscenza di cultura e tradizione dei compagni di altra nazionalità.

Prof. Davide: penso che la scuola debba essere il luogo privilegiato per vivere l’integrazione, per riconoscere la diversità come una ricchezza che mi realizza e non un mostro da cui avere paura. Certo, la scuola da sola non basta, occorre che anche la famiglia e la società civile trasmettano questi messaggi. Ma è vero che la scuola può essere fondamentale nell’educare alla ricerca dell’unità nella diversità.

Luigi Muraca, 16

 

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